(La festa) trae origine
da un Ordine Reale, emanato il 3 marzo 1643, con cui si faceva
obbligo a tutto il regno di Sicilia, di
solennizzare la Domenica in Albis (la 1^ domenica dopo
Pasqua),
con una festa apposita in onore della più
venerata Madonna d'ogni paese, per impetrare la
liberazione dell'isola dalle frequenti carestie e
pesti.
Secondo tale ordine, qui fu scelta la S. Vergine
di Monserrato, alla cui festa e processione (l'arcivescovo
di Siracusa)
mons. Elia
e Rossi, il 6 maggio dell'anno dopo (1644), comandava intervenisse
tutto il clero secolare e regolare del luogo,
nonché le confraternite con le loro croci e
stendardi, seguite dal Magistrato dell'università
(comune), cui era fatto obbligo
di provvedere alla spesa della solennità.
Nella
domenica suindicata avveniva il solenne trasporto
della graziosa statua in legno della Vergine,
protetta da un baldacchino di seta sostenuto da
quattro angioli, che, dalla sua chiesa campestre
veniva giocondamente trasportata alla Madrice.
Dove, con una quotidiana esposizione pomeridiana
del SS. Sacramento, era per otto giorni continui
presentata alla venerazione dei fedeli, e indi
restituita alla chiesa che porta il suo nome.
Negli
ultimi tempi la processione più importante era
la prima, laddove in antico era la seconda.
Dissi importante quella processione, e, per esser
più esatto, avrei dovuto aggiungere bizzarra.
Difatti essa consisteva in una manifestazione
religiosa così tumultuaria e originale, che oggi
di certo non si tollererebbe più.
Apriva il caratteristico trasporto, che i nostri
vecchi rammentano con tanta nostalgia, una turba
schiamazzante di frugoli e di giovanotti in
maniche di camicia, i quali, una falce nella
destra e un mannello d'erba nella sinistra,
andavano curvandosi per ogni lato della via,
fingendo l'atto di mietere.
Dopo sbracciatisi e sgolatisi per bene, a un
segno dato, mentre da un lato con gran gesti
comici facevano le viste di tergersi il sudore,
dall'altro davano l'assalto a una tavola ricolma
di pane, vino, pasta, lattughe e ceci
abbrustoliti ('a calia) portata a mano dietro a loro.
E lì, a diluviare e a cioncare allegramente di
quel ben di Dio, a tutt'onore e gloria della Bedda
Matri ri Muntisirratu, per poi ricominciare
l'assai facile mestiere.
Alla
compagnia dei mietitori teneva dietro
un'imponente cavalcata di cavalieri, vestiti
quanto più elegantemente e appropriatamente era
possibile a ciascuno, i quali facevano a
ogn'istante rintronar l'aria con lo sparo a salve
de' loro vecchi archibugi, che, se faceva spesso
impennar qualche bestia, con grave pericolo del
suo cavaliere, formava d'altro lato lo spasso di
tutti gli astanti.
Alla
cavalcata seguivano i vessilli delle varie
congregazioni e corporazioni di mestiere, che
partecipavano in gran tenuta alla processione, la
cui maggiore attrattiva erano gl'immancabili muli
della cuccagna, che procedevano in mezzo a quella
sorta di processionanti.
Erano montati da alcuni capi ameni, fra gli
ultimi dei quali son ricordati ancora con
piacere, certo Salvatore Turtula inteso foca
e il mugnaio Francesco Palazzolo, i quali con i
lazzi e le arguzie più gustose esilaravano il
popolino, al tempo istesso che facevano onore a
un gran valancino di maccheroni alla
ricotta, che ognuno si disputava gaiamente con
due piccoli mariuoli, dal viso tutto
impiastricciato di sugo e ricotta, situati in due
corbe legate ai fianchi della bestia.
A
costoro tenevan dietro il clero e la statua della
Madonna, seguita da alcuni strumenti a corda e a
fiato, le cui fievoli note si perdevano tra il
brusìo dei tanti fedeli, che assistevano a una
festa cotanto strana e clamorosa, rallegrata, per
giunta, dalla sua brava fiera di bestiame, e che
nel suo insieme aveva tutte le apparenze, e forse
era difatti il ricordo costante d'un qualche
giocondo festum pagano, di quelli cioè
che, come i festa cerealia, venivano
nell'isola nostra celebrati dal 9 al 16 aprile in
onore di Cerere.
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